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Il trattato tra la U.E. e il Giappone

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La Commissione Ue si sta muovendo su vari fronti per porsi come alfiere di un rilancio dei processi di liberalizzazione commerciale, nella convinzione che sia nell’interesse complessivo dell’economia del continente e del mondo: Bruxelles intende mandare un «potente segnale che la cooperazione, non il protezionismo, rappresenta il modo per affrontare le sfide globali».

Il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, e il presidente del Consiglio, Donald Tusk, hanno firmato con il premier Shinzo Abe la maggiore Economic Partership mai negoziata dalla Ue, che le parti contano possa entrare in vigore prima della Brexit, ossia entro il primo trimestre 2019. Il capitolo investimenti è stato stralciato, sia perché controverso sia per consentire che le procedure di ratifica facciano capo a Consiglio e Parlamento europeo, senza coinvolgere 28 parlamenti nazionali più altre assemblee regionali.

Più complessi sono gli accordi con altri Paesi e regioni su cui la resistenza è diffusa non solo in Italia. La recentissima apertura di negoziati con Australia e Nuova Zelanda suscita vasti timori in una lobby agricola europea che chiede anche di frenare parecchio sulle trattative con il Mercosur. L’impatto di questi eventuali accordi sarebbe molto più incisivo di quelli in dirittura d’arrivo con altri due Paesi asiatici, Singapore e Vietnam.

Su questo fronte, è significativo l’esempio del Giappone, il cui governo ha responsabilmente deciso che l’interesse generale di una Nazione che dipende dal commercio non poteva diventare ostaggio di umori più o meno diffusi tra la popolazione o di una lobby settoriale, anche se rappresentava la tradizionale base rurale del partito di maggioranza. Così Abe ha promosso la Tpp con gli Usa (poi affossata da Trump) e l’Epa con la Ue, ma ha anche promesso sussidi ai settori agricoli che più potrebbero essere danneggiati. È ben difficile sostenere che l’Epa Ue-Giappone non coincida con un chiaro interesse generale dell’Italia. Su altre intese oggetto di controversie più serie, ai limiti dell’opzione di dire «no» corrisponde l’auspicabilità della ricerca di alleanze in Europa perché venga tenuto conto di esigenze non solo italiane.