Sidebar

 
Italian Arabic Chinese (Simplified) English French German Japanese Korean Persian Portuguese Russian Spanish Turkish Ukrainian

Industry 4.0, l'Italia è già in enorme ritardo

Il 2016 sarà, forse, l’anno in cui verrà definito e reso pubblico il documento di posizionamento strategico del Governo dedicato al tema della digitalizzazione del manifatturiero. Se tale documento dev’essere il primo passo per recuperare un gap temporale enorme (parliamo di diversi anni) rispetto ai Paesi, Germania in primis, che rappresentano il riferimento competitivo per le nostre imprese, la strada da percorrere appare tremendamente in salita.

Perché le aspettative, per una svolta innovativa del tessuto industriale italiano, sono grandi e perché, al momento in cui scriviamo, la strategia Industry 4.0 è da mesi sul tavolo del Ministero dello Sviluppo Economico. O meglio, giace ancora in qualche cassetto.
 
​Il documento in questione doveva essere pubblicato il luglio scorso, per quindi fare capolino al Digital Day di Venaria dello scorso novembre e, poi, trovare spazio alla tre giorni degli Stati Generali dell’Industria di fine febbraio. E invece nulla.
 
Anche l’occasione dell’Internet Day del prossimo 30 aprile potrebbe venire meno a causa delle dimissioni di Federica Guidi, colei che della strategia Industry 4.0 si era fatta portavoce anche nei recenti colloqui con il commissario Ue, Gunther Oettinger. Allo stato attuale siamo fermi all’indagine conoscitiva avviata dalla Camera, in attesa del possibile nuovo “colpo di teatro” del premier Renzi.

La realtà dei fatti ci dice, oggi, che manca una chiara visione, condivisa e strutturata su quali azioni il Paese debba intraprendere per la trasformazione in chiave digitale della manifattura. Quali i comparti interessati per primi? Con quali modalità occorre intervenire? Con quali priorità e con quali risorse?

Stefano Firpo, direttore generale per la politica industriale e la competitività del Mise, ha ribadito ancora di recente come Industria 4.0 sia “l’ultima sfida per rilanciare la produttività, una sfida che il nostro Paese sta clamorosamente perdendo”, e come la ricetta da seguire sia quella di “non creare solo valore aggiunto, ma anche aumentare produzione e occupazione”. Il progresso tecnologico e quello dei processi manifatturieri in Italia è in fase di prolungato stallo, mentre il divario con i maggiori competitor europei (come ricorda lo stesso Firpo) si è allargato, superando abbondantemente i dieci punti percentuali.

Come si può invertire la tendenza? Interpretando i suggerimenti dettati dall’esperto del Mise, la strategia Industry 4.0 dovrebbe innanzitutto puntare sulla crescita dimensionale del sistema imprenditoriale, perché è nelle micro e piccole aziende che si annida la principale causa del ritardo digitale italiano.

In secondo luogo, si dovrebbe modificare l’attuale sistema di allocazione del credito, oggi inefficiente e riflesso di una politica di investimenti troppo rivolta ai capannoni e alla capacità produttiva tout court (oggi inutilizzata) e troppo poco alla ricerca e all’innovazione. Ma a pesare sull’Italia, conclude Firpo, c’è soprattutto un ritardo nella digitalizzazione del sistema produttivo, provocato dai bassissimi investimenti in capitale informatico.

Senza le tecnologie è difficile, anzi impossibile, arrivare a un ecosistema interconnesso in cui far cooperare le risorse produttive (macchine, persone e informazioni) lungo l’intera catena di fornitura, cambiando il modo di fare impresa e di organizzare il lavoro. In particolare, focalizzandosi sul superamento della tradizionale divisione fra prodotto e servizio.


Tante eccellenze, poche certezze

Dal Mise, in buona sostanza, arrivano un’analisi molto chiara della problematica e la conferma che l’azione di politica industriale del Governo abbia come obiettivo primario il recupero di produttività. Lo snodo cruciale è quello di superare lo stallo di governance che adombra oggi la strategia Industry 4.0, identificando da subito le fonti da cui attingere i 10 miliardi di euro di investimenti annui aggiuntivi.

Questa, secondo le stime del Mise, è la cifra che serve per cogliere nell’arco del prossimo quinquennio la prime opportunità del processo di trasformazione digitale del manifatturiero. Palazzo Chigi vuole far operare in modo sinergico manifattura, finanza e tecnologie: una strategia che appare logica e coerente. Ma fra promesse mancate, ritardi, carenze di governance e di progettualità, al momento i dati certi da cui ripartire sono pochi.

Fra questi, il fatto che nel settore delle macchine utensili, della robotica e dell’automazione (uno dei fiori all’occhiello della manifattura italiana) il nostro Paese sia solo il terzo esportatore al mondo, dietro Giappone e Germania. L’industria italiana, tra valore diretto e servizi indotti, genera oltre il 50% del Pil ed esibisce a ragione numerose eccellenze.

Per eccellere anche in futuro in settori segnati in modo indelebile dalle tecnologie digitali bisogna, però, fare un grande passo in avanti. Subito, e cominciando dalle Pmi.

 


 L'argomento ti interessa? Contattaci e parlane con i nostri esperti!