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L'artigiano globale: maestria del gesto e valorizzazione delle competen­ze a livello internazionale

Artigiano globale e competenze internazionali
La sfida si vince puntando sull’artigiano globale, quale figura capace di investire sulla maestria del gesto e sulla valorizzazione delle competen­ze a livello internazionale. Le ragioni per investire sono prima di tutto di carattere economico. Le nuove logiche di divisione del lavoro, in particolare i processi di frammentazione della produzione, consentono oggi di considerare il lavoro artigianale come una chiave importante della competitività”.

Così ha scritto Stefano Micelli, che vive e lavora a Venezia dove insegna Economia e gestione delle imprese pres­so Università Cà Foscari, in «Futuro Artigiano» (ed. Marsi­lio). Il successo del volume, da molti mesi al centro del dibattito giornalistico, non è casuale, come dimostrano le numerose iniziative tendenti a dare il giusto risalto ai “sa­peri antichi” e al loro rap­porto con l’innovazione.

La recente mostra, che si è tenuta proprio a Venezia al terminal di San Basilio e che ha aperto il Salone Eu­ropeo della Cultura, va in questa direzione, facendo vedere come la nuova rivoluzione provocata dal passaggio dalla società in­dustriale alla società digitale dovrà essere imperniata proprio sulla manifattura e sul lavoro artigiano, che andrà a combinarsi con la più vasta articolazione dell’Information Technology, le frese a controllo numerico, le stampanti 3D, che quasi reagendo all’ec­cesso di virtualizzazione di cui siamo stati tutti vittime inconsapevoli, ci restituiscono il profilo del mondo e degli oggetti, nella loro originale consistenza.

La sfida del futuro
Se anche un riconosciuto guru ha scritto qualche anno fa un saggio sull’uomo artigiano (ed. Feltrinelli), si può ben comprendere la forza di un tema che deve trovare ascol­to nell’universo della politi­ca e delle sedi istituzionali.
 
La ricetta per venir fuori da questa perdurante crisi deve tenere conto, infatti, di mol­teplici fattori interconnessi. Saper fare bene le cose - sostiene in particolare Richard Sennett - vuol dire assecondare il proprio piacere, secondo una regola di vita semplice e rigorosa che ha consentito nel tempo lo sviluppo di tecniche raffinatissime e la na­scita della conoscenza scientifica moderna.

Nel lavoro dello studioso americano viene passata in rassegna l’esperienza di fabbri, orafi, liutai, che esprimono una sintesi alta di conoscenza materiale e abilità manuale. Si legge, ad esempio, “Mente e mano fun­zionano, rinforzandosi, l’una insegna all’altra e viceversa, la scommessa è quella di capire quanto ancora nel futuro sia applicabile que­sto paradigma, che nel passato ha dominato la storia. Certo non è il solo lavoro manuale a giovarsi della sinergia fra teoria e pratica. Perché chi sa governare se stesso e dosare autonomia e rispetto delle regole non solo saprà costruire un meraviglioso violino, un orologio dal meccanismo perfetto o un ponte capace di sfidare i millenni, ma sarà anche un cittadino giusto”.

Il saggio si apre al racconto di ingegneri romani e orafi rinascimentali, di tipografi parigini del Settecento e fab­briche della Londra industriale, seguendo un percorso storico attraverso cui è possibile ricostruire le linee di collegamento che met­tono in relazione tecnica ed espressione, arte e artigianato, creazione e applicazione.

I "makers” italiani
Stesso fil rouge quello seguito da Micelli che ha il merito aggiuntivo di entrare dentro il contesto italiano svelando alcuni segreti che dobbiamo tenere a mente se ci teniamo a cambiare marcia e a neutraliz­zare le superficiali euforie dei sostenitori acritici della globalizzazione.

Nell’opero­sità sapiente e attenta dell’artigiano sono infatti custoditi i codici di quell’eccellenza e originalità del nostro made in Italy, che deve saper ritrovare la strada del successo ripercorrendo le tradizioni legate al lavo­ro, all’intelligenza delle mani, alla fatica, altrimenti sarà impossibile conferire cre­dibilità a qualsiasi progetto di rilancio.
"Esiste - puntualizza ancora il docente veneziano - un’impresa industriale pic­cola, cui si chiede di crescere in termini dimensionali; esiste, e su questo ho fon­dato il mio studio, un’impresa artigianale altrettanto piccola che ha bisogno di es­sere accompagnata sui mercati interna­zionali attraverso percorsi originali... Ora si tratta di allargare il novero di queste esperienze, in quanto la proposta di una competenza artigiana a scala internazio­nale rappresenta una sfida importante per il nostro paese, quanto quella lanciata dai makers negli Stati Uniti”.

La differenza italiana sta nel fatto che paradossalmente non abbiamo nulla da inventare, perché questo patrimonio di saperi esiste da gran tempo, bisogna rimetterlo in primo piano, credendoci fino in fondo, senza farsi scoraggiare dalle difficoltà di questo momento storico.

La dimensione della memoria
D’altronde "Essere stati è la condizione per essere” così un grande maestro come Fernand Braudel nel tracciare il suo af­fresco di storia sociale europea definiva il rapporto tra presente e passato, con la lucidità e la forza di una defini­zione capace di arrivare intatta ai nostri giorni.
 
“Il tema vero, in questo concor­do con Micelli - commenta l’ar­chitetto Margherita Petranzan, docente di critica dell’architettura presso il Politecnico di Milano e direttore della prestigiosa rivista di architettura e arti Anfione e Zeto (AZ), palestra di intervento e di confronto tra grandi espo­nenti della cultura e della ricerca - è quello di saper definire l’artigiano globale a cominciare dal valore culturale di un sapere e di una competenza, che ieri come oggi fabbri, falegnami, scalpellini hanno espresso, dando voce alla nostra identità, conferendo ai territori quella dinamicità, senza di cui tutto sarebbe cristallizzato, morto, senz’anima. La dimensione della memoria diventa essenziale in questa ri­flessione, senza di essa il presente diven­terebbe privo di spessore, di prospettiva”.
 
L'incontro tra teoria e maestranza
La Petranzan, che vive a Monselice, cit­tadina medievale del padovano, svolgendo suo lavoro di progettista in quel trian­golo industriale costituito dalla fittissima presenza di Pmi, tipica della struttura industriale italiana, è abituata a dialogare con gli artigiani.
 
“La mia capacità ideativa e progettuale avrebbe solo un profilo teorico senza i suggerimenti che provengono dalle maestranze artigiane con cui mi confronto nei cantieri, che sanno trarre, per dirla con il grande Aristotele, la forma dalla materia grezza, cavalcando la sfida della qualità e della sostenibilità. L’architettura è, ci tengo a ribadirlo con le parole di Mies van der Rohe, un autentico campo di battaglia dello spirito, ma più in particolare cre­do sia innanzitutto oggi ”partecipazione collettiva”, entro cui occorre dare tutti se stessi per raggiungere risultati apprezza­bili.
 
Questo impegno rimarrebbe sterile se non ci ponessimo l’obiettivo di incidere anche sulla qualità delle politiche pubbliche, che devono occuparsi di in­centivare quell’ambito importante del nostro corpo produttivo e della nostra cultura rappresentato dagli artigiani, che devono riformularsi nella cornice di una società mutan­te”.
 
Una società, quella del nuovo millennio, che sta attraversando una delicata fase di passaggio, de­terminante e rivoluzionaria, dalla realtà industriale alla dimensione digitale. “Lo sforzo che dobbiamo compiere - conclude Petranzan - deve essere volto a ricostruire il dialogo tra memoria e invenzio­ne e gli antichi mestieri possono aiutarci in questo.

Per spiegare la condizione in cui ci troviamo mi verrebbe da dire con Agostino che non esistono né futuro, né passato, ma solo presente. E, pertanto, il presente del passato è la memoria, il presente del presente è la visio­ne, il presente del futuro l’attesa. Coniugare queste pulsioni porta al naturale incontro di sperimen­tazione e modificazione, da questo connubio si può intravedere la luce di un progresso più autentico”. 

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