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Reti d'Impresa, grande successo in Italia

Dal 2010, anno nel quale è stato introdotto nel nostro ordinamento, il contratto di rete ha rappresentato una novità di assoluto rilievo e un’opportunità da cogliere ed approfondire per il panorama produttivo italiano, storicamente e strutturalmente caratterizzato da una forte frammentazione delle filiere produttive e da una scala dimensionale delle imprese conseguentemente ridotta.

Lo strumento giuridico è certamente innovativo in quanto rende possibile il coordinamento degli sforzi imprenditoriali individuali intorno a progetti comuni e alla base vi è l’ampiezza dell’autonomia riconosciuta alle parti contraenti nella definizione del contenuto, della finalità e della configurazione della Rete.

   

I numeri parlano di una crescita esponenziale se si pensa che in soli cinque anni sono state create oltre 2.200 Reti che coinvolgono più di 13.000 imprese.

Emerge chiaramente come le integrazioni e le aggregazioni di imprese nascono prevalentemente su base geografica e territoriale con ben il 74,1% delle Reti che comprendono esclusivamente imprese appartenenti ad una stessa regione e il 58,4% ad una stessa provincia.

A livello dimensionale, a prevalere sono le Reti di dimensione ridotta con l’89,9% delle realtà che conta meno di dieci imprese associate e il 45,8% meno di quattro, ma si segnala come nel corso degli anni, il peso delle Reti composte da dieci imprese e oltre è raddoppiato, passando dall’8,2% nel 2011 al 16,3% nell’agosto 2015.

A livello settoriale invece le Reti sono prevalentemente multisettoriali con ben l’84,0% delle Reti composto da imprese appartenenti a diversi comparti produttivi, mentre il 45,1% è composto - per almeno la metà - da imprese appartenenti ad uno stesso comparto produttivo.

Andando invece ad osservare i settori più rappresentativi in base al numero di associati, in cima alla lista si colloca il comparto della meccanica (12,0% del totale), seguito dai servizi tecnologici (11,8%) e inoltre il primato è confermato anche per numero di Reti partecipate, che differiscono in maniera rilevante in termini del peso relativo che ricoprono all’interno delle Reti e così emerge come le imprese meccaniche abbiano un’incidenza nelle aggregazioni a cui partecipano molto superiore rispetto a quelle del terziario avanzato e nello specifico in media un peso pari al 34,9% contro il 17,8%.

Emerge inoltre la forte integrazione tra manifattura e servizi dal momento che in oltre la metà (53,6%) delle Reti in cui partecipano imprese manifatturiere, sono presenti anche imprese di servizi e in particolare i servizi tecnologici (32,5% dei casi).

Il contratto di rete sostanzialmente garantisce la possibilità di mantenere la propria autonomia, salvaguardando così storia e identità delle singole parti, mentre la garanzia di una governance privata che rende praticamente lo strumento estremamente flessibile e di conseguenza adattabile alle esigenze imprenditoriali a partire dalla definizione del programma comune d’azione tra i partecipanti di una rete.

Sotto questo profilo, internazionalizzazione e ricerca tecnico-scientifica sono i temi presenti in maniera significativa tra gli obiettivi delle Reti con circa un quarto delle realtà (24,5%) che hanno come fine la conquista dei nuovi mercati, mentre una buona quota (14,9%) punta su Ricerca e Sviluppo e in entrambi i casi, la percentuale di imprese manifatturiere è dominante con il 59,0% e il 63,9%.

Naturalmente essendo lo strumento del contratto di rete destinato a rendere più competitivo il panorama imprenditoriale italiano dominato da piccole, medie e micro imprese, tra le imprese in rete, il peso di quelle con meno di 50 addetti è imponente (87,6%) e tra queste circa la metà (45,8%) ha meno di 10 addetti e solo il 10,3% è rappresentato da unità produttive che impiegano tra 50 e 249 addetti e solo il restante 2,6% ha 250 addetti e oltre.

Più in generale, le imprese che fanno rete si caratterizzano per un grado di connettività con il resto del sistema produttivo superiore alla media e a partecipare alle aggregazioni sono proprio le aziende più performanti, più produttive, più innovative e più orientate ai mercati esteri già in partenza con oltre la metà (52,7%) che esporta, dato superiore alle imprese non in rete (42,0%).

Il dato interessante invece legato alle imprese che stipulano contratti di Rete con finalità di internazionalizzazione è che una buona percentuale (41,1%) prima di sposare il progetto di integrazione aveva come unico mercato di sbocco l’Italia.

Le imprese che decidono di aggregarsi puntano innanzitutto sulla qualità dell’offerta (83,2%) rispetto alla flessibilità produttiva (40,8%) e decisamente di meno sul prezzo (30,3%) a differenza delle realtà non in rete (33,5%).

In generale emerge invece come negli ultimi anni, le Reti e le opportunità offerte da questo strumento giuridico, sono state sempre di più colte da parte di imprese che risultavano inizialmente più “isolate” dal resto del sistema produttivo e meno dinamiche in termini di innovazione, meno efficienti sul piano della produzione, e maggiormente vincolate al mercato domestico per la loro sopravvivenza.

In conclusione i dati dimostrano come lo strumento del contratto di rete è oggi sempre di più un’effettiva opportunità per andare incontro alle esigenze delle peculiarità della classe imprenditoriale italiana, garantendo caratteristiche che - almeno in prima battuta – potrebbero anche sembrare contraddittorie ovvero la collaborazione su progetti condivisi e il mantenimento dell’autonomia.



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